RIPENSARE I SERVIZI PER LA DISABILITÀ

Da una visione assistenziale ad una logica esistenziale, per coinvolgere la persona disabile nella promozione della propria qualità di vita. La photogallery della giornata

PORDENONE – Lo scorso 29 settembre si è tenuto, nell’Auditorium del Collegio Don Bosco di Pordenone, il convegno Ecm dal titolo “Disabilità adulta: progettare insieme verso l’autonomia possibile”, organizzato dalla Cooperativa Itaca e dall’Azienda Sanitaria Aas5 Friuli Occidentale. Dopo una mattina di sessione plenaria, il convegno ha accolto 4 workshop con temi “caldi” legati alla disabilità quali le Psicopatologie correlate, la Sessualità, Progetto di Vita nella disabilità adulta ed Accompagnamento delle famiglie.
Il convegno ha visto la partecipazione di relatori di caratura nazionale, con l’obiettivo di promuovere un dibattito multi professionale sulla disabilità adulta. L’evento è stato occasione di confronto su una materia complessa e su alcuni dei più importanti temi ad essa legati, anche se molti altri andrebbero approfonditi. Tra i punti focali affrontati, l’invecchiamento nella disabilità e il tema del Dopo di Noi, per il quale non esiste ad oggi una legislazione regionale che ne governi le azioni più concrete.
Il convegno ha accolto più di 350 persone tra operatori e famiglie, con professionalità di tutti i tipi, dalle assistenti sociali agli operatori socio sanitari, educatori, infermieri, fisioterapisti, psicologi, medici di medicina generale e psichiatri. Tutti sono stati chiamati a confrontarsi sull’importanza della costruzione di una vera rete sociale (e professionale) in cui vi sia reale interdipendenza, unico strumento che rende possibile un pensiero davvero innovativo sulla persona.
In apertura, Orietta Antonini, presidente della Cooperativa Itaca, ha sottolineato che “insieme all’Azienda sanitaria pordenonese abbiamo voluto mettere in evidenza il tema della disabilità adulta con il sottotitolo ‘progettare in rete verso l’autonomia possibile’ – che, dove consentito, deve effettivamente contemplare quello che significa letteralmente, cioè tutto ciò che è immaginabile. Questo – ha spiegato – impone a tutti gli attori in campo, ciascuno per il proprio ruolo, un impegno di condivisione e di fiducia. Sono le reti, prima ancora della casa o delle strutture, che rendono l’autonomia possibile e sostenibile. Ma le reti devono anche essere curate, servono modelli e strumenti di progettazione partecipata, serve formazione, serve lo scambio di buone prassi”.
Ed è stata questa la cornice all’interno della quale gli obiettivi e i contenuti del convegno si sono mossi. Non a caso come logo dell’evento è stato scelto un albero-rete concepito dall’Officina Creativa di Casa Carli, la Comunità residenziale che accoglie persone disabili a Maniago, creato a partire dai concetti di rete, tessuto e percorsi. In questa rete erano inseriti dei baloons contenenti le parole-chiave che spesso vengono citate dai beneficiari dei nostri servizi nei loro discorsi, specie quando si parla insieme di futuro, di desideri, di benessere. Ne è nata così un’immagine molto giovanile e vitale, che può richiamare il senso di un racconto, il tessuto che si è trasformato in un albero i cui fili dell’ordito diventano rami tesi verso il futuro.
Articolate le provocazioni emerse durante la giornata, a partire dalla necessità di cambiare punti di vista nella disabilità mettendo al centro davvero la persona, anche chiedendo (quando possibile) quali siano i suoi obiettivi di vita, cosa sia importante per la persona con disabilità, in modo da costruire un progetto di vita non più esclusivamente a carico dell’equipe ma che diventi un lavoro sinergico anche con chi beneficia del servizio.
Un concetto poi approfondito dal dott. Roberto Orlich, coordinatore socio sanitario Aas5, che nel suo intervento plenario a sintesi del convegno ha posto l’accento sull’importanza di passare da una visione assistenziale ad una logica esistenziale, in cui la persona con disabilità venga coinvolta nella promozione della propria qualità di vita. Al gruppo di lavoro ed al territorio – ha evidenziato il dott. Orlich – viene chiesto di ripensare i servizi per la disabilità, partendo dai bisogni e dalle informazioni, rivedendo il sistema di valutazione, promuovendo cultura sulla disabilità in ambito sanitario e nelle comunità locali, avendo coraggio di cambiare, per non vivere in un eterno presente apparentemente non modificabile.
Nel corso del suo intervento conclusivo, il dott. Orlich ha non solo riepilogato le tante buone prassi in atto nella provincia di Pordenone, ma ha anche lanciato una serie di proposte concrete e innovative, teoriche e metodologiche, per un ripensamento globale del modello di intervento dei servizi alla disabilità: serve un modello nuovo che vada a toccare anche i sistemi di gestione, e ciò è possibile solo grazie ad una nuova complicità integrata tra tutti gli attori del territorio.
A conclusione del percorso fatto e delle tante provocazioni (di pensiero) raccolte, credo sia importante ricordare a tutti noi operatori, alle famiglie e ad ogni “vicino di casa” che spesso – nella difficoltà in cui ci troviamo a gestire i nostri servizi – dimentichiamo che il primo vero strumento siamo noi stessi in quanto persone. Ed è proprio in quanto tali, non solo come operatori, che dovremmo compartecipare, ciascuno con il proprio contributo, alla costruzione di una rete fatta di tessuto e percorsi che siano il sostegno per co-costruire una adultità realmente possibile, in tutta la potenzialità della persona con disabilità.

Leila Rumiato

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