LA GRAVOSA LEGGEREZZA DEL NOSTRO TEMPO

6Le foto di Gaetano De Faveri

PORDENONE – Di cosa sia fatta una città, capita che siano i sogni a dircelo.
Le foto di Gaetano De Faveri in Krisis (2015, introduzione di Roberto Salbitani) – anche se sarebbe quasi più giusto parlare di installazioni – sembrano obbedire a quelli che sono i modi espressivi tipici della nostra attività onirica: decompongono e ricompongono, sovrappongono, costruiscono metafore e metonimie visive, attuano uno stravolgimento spazio-temporale della realtà (vi appaiono, infatti, in contemporanea, elementi risalenti a epoche diverse e anche la reale collocazione degli edifici o delle vie è spesso invertita). È una città specchiata che, nello specchio che il fotografo le mette a disposizione, si rivede altra da se stessa. Ma, come sempre, questa fuoriuscita da sé le riconsegna qualcosa di intimamente proprio.
16In virtù anche della costante presenza di cieli plumbei, si ha la sensazione di trovarsi in un day after composto (o, meglio, scomposto) di elementi urbanistici non più ben definiti e di presenze, animate o meno, che hanno smarrito i propri riferimenti o che sono ancora “in cerca d’autore”. Le forme e i colori di un tempo sono come abiti sbiaditi, paesaggi urbani ricoperti da un’invisibile patina uniformante; i possibili sviluppi del mondo sembrano presi in consegna da un vago ma pur sempre tangibile sentimento di rassegnazione. È come se su di loro, e sul mondo circostante, gravasse il peso di un’indecisione di fondo: rimanere prigionieri della propria natura e della propria storia (per quanto entrambe diano l’impressione di essersi scollegate da questo incerto e opaco presente) o dar retta a quel timido anelito – che comunque fa timidamente capolino – che sospinge verso il nuovo?
42Spazi irrimediabilmente degradati, fabbriche dismesse, muri squarciati, tutto sembra attestare l’irreversibilità di una condizione umana a rischio di spegnimento o pietrificazione, se non fosse che a tale realtà devitalizzata si affiancano costantemente figure in movimento, auto, treni, vie di scorrimento. Un contrasto tra fissità e vitalità ben documentato in una delle foto, dove il dinamismo impresso all’immagine, la dissipazione delle forme causata dalla velocità del tutto e la velatura che gliene deriva sono controbilanciate, in primo piano, in basso a sinistra, dalla presenza, in questo caso invece nitida, di un semaforo rosso.
z2La città di De Faveri sintetizza ciò che noi, i contemporanei, siamo: un’incognita per noi stessi. Siamo ancora il nostro passato e la nostra storia, che ne è dei nostri corpi, parliamo ancora la lingua dei nostri padri? E ancora: esiste una direzione, una meta, per quanto indefinite, che possano guidare i nostri passi? In verità, è come se il vento si fosse portato via le ultime briciole che ci avrebbero permesso di ritrovare la strada di casa. 2Le città che abitiamo sono diventate il bosco incantato e non privo di insidie che non riflette più la nostra identità umana e in cui fatichiamo sempre più a trovare un orientamento. Queste foto ce lo dicono: siamo attraversati da una sensazione di gravosa leggerezza, qualcosa che non ci zavorra più al reale delle nostre esistenze ma ci espone all’insensatezza di una sopravvivenza orfana di qualsivoglia qualità soggettiva.
47Il destino stesso dei corpi è significativo: quando non si mostrano in stato di liquefazione, sono ombre in movimento. Assistiamo qui alla sfilata di un umano anonimo e affaticato cui fanno da contraltare, grazie alla rievocazione propostaci da De Faveri di celebri statue, una serie di corpi di marmo, paradossalmente più reali dei nostri. Opere che sembrano essere lì per commemorare, come esplosioni di luce nell’oscurità delle rovine circostanti, gli antichi fasti della stirpe umana.
Più in generale, queste fotografie esprimono il dissidio tra morte e vita, male e bene, caduta e rinascita. Tra devastazione e speranza. Sono attraversate da riferimenti iconografici dove a farsi sentire è l’incubo della cancellazione dell’umano (Crono che divora i figli anziché Lucifero che inghiotte Caino e Bruto) ma, allo stesso tempo, la celebrazione della vita (sacre annunciazioni, ritratti, immagini di musicisti). Come se stesse a noi decidere del nostro destino, operare la giusta scelta (in greco krisis).
z1Nonostante tutto, però, il partito preso dell’artista è per la vita. La vita, ad esempio, irrompe sulla scena nell’immagine di quel cavallo che, in una di queste composizioni, sembra sgorgare come una sorgente d’acqua pura da un fondo limaccioso per risvegliarci a noi stessi.
zNon a caso è il Perseo di Donatello, l’eroe vittorioso sulla Gorgone, la figura che ritorna in alcune delle foto, quasi a significare la forza dell’uomo che sa sfuggire alla captazione di uno sguardo mortale e pietrificante. Un riferimento non da poco, questo, per chi pratica oggi, nell’era dell’immagine e nella società dello spettacolo, l’arte della fotografia.

Francesco Stoppa

Info e contatti (anche per acquistare il libro): defaveri.gaetano@libero.it

Info e contatti (anche per acquistare il libro): defaveri.gaetano@libero.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.