MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITÀ

Pordenone

“Entro in un negozio di scarpe, perché ho visto delle scarpe che mi piacciono in vetrina. Le indico alla commessa, dico il mio numero, 46. Lei torna e dice: mi dispiace, non abbiamo il suo numero. Poi aggiunge sempre: abbiamo il 41. E mi guarda, in silenzio, perché vuole una risposta. E io, una volta sola, vorrei dire: e va bene, mi dia il 41”.
Rileggere questi passaggi di Francesco Piccolo, tratti dal libro “Momenti di trascurabile felicità” (Einaudi, 2010), mi ha fatto pensare. Ho riflettuto avendo sempre presente il rispetto per le persone che afferiscono ai nostri servizi e che non chiedono ciò che a loro piace, ma ciò di cui hanno bisogno. Ho riflettuto su quello che è lo sforzo, per noi cooperatori sociali in particolare, che mettiamo in capo ogni giorno per cercare di dare alle persone ciò di cui hanno realmente bisogno, evitando – o, meglio, combattendo – l’omologazione nelle erogazioni dei servizi alla persona.
Quello che stiamo vivendo è un momento importante, ma anche complesso, di riorganizzazione dei servizi, appunto, con tempi dilatati a volte oltre misura nel compimento delle azioni che a tali interventi si ricollegano. E che ci impegnano, da un lato, alla lettura e all’attenzione nei confronti delle azioni politiche e sociali messe o da mettere in campo, dall’altro, ad evitare una perdita nell’attenzione alla qualità di quelle nostre azioni e ad una tutela delle persone e dei loro diritti.
Può essere arduo e faticoso dare a ciascuno il “proprio numero”, soprattutto in un momento in cui la coperta pare veramente corta, perdonatemi la frase fatta perché significa trovare il tempo per capire le persone e le loro necessità, coniugando pure una giusta attenzione ad evitare azioni che in potenza paiono essere buone azioni, ma poi rischiano di trasformarsi, anche se involontariamente, in inutili sprechi.
Tanto per restare ancora un attimo sulle frasi fatte, ci viene chiesto di tenere ben saldo il timone in un periodo di burrasca e di mare mosso. Noi crediamo che sia ancora possibile. La nostra sfida, come Itaca, è quella di mantenere il giusto equilibrio tra la nostra professionalità, la capacità innovativa e di sviluppo, da una parte, e i valori della Cooperazione sociale (quella sana, quella vera), dall’altra, gestendo e sopravvivendo alle pressioni che arrivano dalle realtà che ci circondano.
I valori. Con il termine valore intendiamo, come ci ha insegnato Max Weber, non un ideale astratto ma qualcosa di oggettivamente importante o di soggettivamente desiderato. Un valore agganciato a scelte effettive.
Nelle scorse settimane, nel corso di un incontro con i coordinatori di una delle nostre aree produttive, ci siamo confrontati su come sia ancora importante ricordare a noi stessi, cooperatori sociali, quali sono (e quali dovrebbero sempre essere) i valori che guidano e caratterizzano quello che facciamo. Il nostro lavoro, qualunque sia il ruolo che ricopriamo, è in perenne equilibrio tra professionalità, gestione economica, rispetto della normativa e valori. Ancora loro. Valori che determinano il comportamento nei confronti delle persone che ci sono affidate, ma anche verso le persone che con noi lavorano.
Non sempre questo equilibrio è facile da raggiungere, ci sono sempre più varianti che tendono ad incrinarne la simmetria. Ma fermarsi a pensare e a ripensare ai valori dovrebbe essere un esercizio che ci appartiene, e che ci dovrà appartenere. Il nostro mestiere ce lo richiede, come pure la nostra professionalità, perché nelle nostre condotte vi è la realizzazione dei valori che proclamiamo, perché il nostro impegno quotidiano è per le persone e con le persone, per la comunità e nella comunità. Se non siamo capaci di fare questo, il nostro intervento perde di significato, perde un pilastro importante e non è più il lavorare in una cooperativa sociale.
Non aspettiamoci buoni esempi dall’esterno che rispondano a quella che è la nostra realtà, di sicuro non sarebbero a noi confacenti, ma costruiamo in noi e nei nostri gruppi di lavoro percorsi di analisi dei comportamenti che rispettino quei valori che la Cooperazione sociale ha nel suo Dna. Del resto, lo scopo delle attività che svolgiamo è dichiarato nel nostro Statuto, ovvero perseguire l’interesse della comunità attraverso l’integrazione delle persone. La centralità è e deve rimanere la persona, con i suoi diritti, le sue specificità e il contatto con i territori, che sono sia le realtà pubbliche sia quelle private.
Ci occupiamo di persone che, come noi, si trovano all’interno di realtà che mutano, di bisogni che si modificano e che non potranno mai restare gli stessi. Per riuscire davvero ad essere coerenti con quanto dichiariamo, assieme agli enti pubblici, dobbiamo avere la capacità di ri progettare, ri vedere, ri modulare. Mediare tra le persone, da una parte, e le realtà sociali e socio sanitarie, dall’altra, è uno dei nostri ruoli. Dobbiamo tuttavia evitare il rischio dell’autolegittimazione e, parimenti, quello della delegittimazione del settore pubblico, e la strada è una sola: una concreta e trasparente co progettazione.

Enrichetta ZamoEnrichetta Zamò
Vice presidente

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