TRA PROFITTO E SVILUPPO: UNA NUOVA COOPERAZIONE È POSSIBILE?

Roma

L’ingresso dei privati nel mondo del non profit e della cooperazione non è più soltanto un’ipotesi. Si tratta infatti di una delle principali novità introdotte dalla riforma del Terzo Settore, approvata nei giorni scorsi alla Camera dopo diversi anni di discussioni, battute d’arresto e difficili mediazioni. Sembra infatti che il nostro Paese sia ormai pronto a compiere questo passo, pur con le dovute cautele.

“L’apertura del profit alla cooperazione allo sviluppo pone due questioni fondamentali alle ong e alle associazioni che si occupano di volontariato e solidarietà internazionale – afferma il presidente della Focsiv, Gianfranco Cattai, durante il recente seminario intitolato “Verso una cooperazione tra profit e non profit per lo sviluppo sostenibile nel rispetto dei diritti umani”, promosso dall’organizzazione in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense –: da un lato c’è l’esigenza di responsabilizzare il comportamento delle imprese al rispetto dei diritti umani per uno sviluppo davvero equo e sostenibile, e dall’altro la necessità di rendere quanto più efficaci gli spazi di collaborazione virtuosa tra terzo settore no profit e mondo del profit”.

Un tema molto caldo, su cui esistono ancora dei contrasti, ma considerato ormai imprescindibile per il nuovo modello di lotta alla povertà che la riforma vorrebbe introdurre. Il concetto principe, su cui si è tanto insistito durante tutto l’incontro, è infatti quello di “lavoro dignitoso”, quale unico strumento capace di rispondere al dramma delle società odierne, caratterizzate da forti disuguaglianze e miseria, e dalla mancanza di crescita. E, secondo la Commissione Europea, è proprio il settore privato a offrire il 90% dei posti di lavoro nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Resta da vedere che tipo di lavoro, ed è qui che dovrebbero entrare in gioco le associazioni e le ong.

Quando si parla di profit, infatti, i rischi sono dietro l’angolo. “Se il settore privato non può essere subordinato alla politica degli Stati, né deve colmare le lacune del pubblico, dobbiamo comunque evitare che finisca per dettare la linea” spiega Lorenzo Buonuomo, direttore del master in Cooperazione e Diritto internazionale di cui Focsiv è tra i principali organizzatori. Dove è il profitto a farla da padrone, come nel caso della maggioranza delle grandi aziende, il pericolo di ingiustizie è altissimo: basti pensare che il 30% degli abusi di diritti umani sono perpetrati dalle imprese transnazionali, con punte che arrivano al 50% in alcuni Paesi come il Perù. Proprio per questo il 26 giugno scorso le Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione che stabilisce un gruppo di lavoro con il mandato di elaborare uno strumento giuridicamente vincolante per il rispetto di diritti umani da parte di queste imprese: ebbene, tra i Paesi che hanno votato contro, insieme a Stati Uniti, Giappone e buona parte dei Paesi europei, c’era anche l’Italia. “Se promuovere il settore privato vuol dire perpetrare questo stato di cose, allora non possiamo che essere nettamente contrari” ha ribadito Cattai.

Come fare allora a mettere d’accordo due istanze apparentemente inconciliabili? Secondo Focsiv, la soluzione va trovata a piccoli passi, magari puntando su una delle nostre peculiarità: “Il modello italiano di economia e società fondato sulle piccole e medie imprese si presta molto a sperimentare forme di internazionalizzazione responsabile delle stesse – continua il presidente – e per questo siamo disponibili a svolgere un ruolo di supporto e di accompagnamento come associazioni di volontariato”. Come nel progetto messo in moto insieme alla Leroy Merlin, per il monitoraggio locale degli eventuali codici di condotta per il rispetto degli standard sui diritti umani e sul rispetto dell’ambiente firmati dai partner e fornitori asiatici dell’azienda su cui, nonostante la buona volontà, è difficile avere un completo controllo. E in questo modo, promuovere sviluppo in quelle stesse comunità.

Le imprese, infatti, dal canto loro non vogliono essere considerate solo come “la mucca da mungere” o come meri tappabuchi del pubblico, ma come vere e proprie catalizzatrici di altri fondi privati. Proprio Luca Pereno di Leroy Merlin, presente all’incontro, lancia dei consigli preziosi al mondo non profit, come quello di essere propositivi e soprattutto di scegliere con criterio gli interlocutori profit, mentre il consigliere di Etimos Marco Sartori, con una lunga storia alle spalle di volontariato e di finanza sociale, spiega come non esista cosviluppo senza corresponsabilità, valutazione e rischio nell’investimento. La nuova legge, pur frutto di numerosi compromessi, dovrebbe andare in questa direzione proprio in quanto viene rivisto il ruolo politico della cooperazione “non più come carità e mero assistenzialismo ma come la vera politica estera dell’ Italia del futuro”, secondo la  definizione del consigliere politico del viceministro degli Affari Esteri, Emilio Ciarlo.

Funzionerà anche da noi come all’estero? Non resta che sperimentare, in un’ottica – insistono i relatori del seminario – il più possibile europea. “Le persone vengono prima del profitto, e il capitale da valorizzare è l’uomo” affermano il direttore di Concord Seamus Jefferson e Mario Benotti, consigliere del sottosegretario di Stato per le Politiche e gli affari europei, che vede proprio l’Europa come una possibile risposta a questi problemi, al di là della moneta e dei mercati: “Un’idea di Europa rifondata dal basso, ecco la chiave di un nuovo rapporto tra profit e non profit – spiega – foriera di una politica forte e creatrice di lavoro legato all’impegno sociale, soprattutto per i giovani, in un’ottica di sussidiarietà e solidarietà”.

Anna Toro

www.unimondo.org

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