GRAN CASINÒ ITALIANO: NON È TROPPO TARDI PER “NON AZZARDARE”

Orietta Antonini

Orietta Antonini

Pordenone

Mio nonno Zorro – chiamato così perché era vestito come un brigante del sud e aveva i baffetti – mi ha insegnato a giocare a morra con la condizione che fuori casa non potevo giocarci. “Perché? Perché è vietato.” “Perché è vietato? Perché gli uomini litigano e ci si giocano anche la paga”. Diventata grande mi confessò che gli uomini a volte si giocavano “anche le mogli”. Inspiegabile ma chiaro.

Nell’Italia che si impoverisce prolifera la malattia di chi scommette la sua vita sulla fortuna, la ludopatia (o gioco d’azzardo patologico), ovvero il disturbo del comportamento che rende incapaci di resistere all’impulso di giocare d’azzardo nonostante la consapevolezza delle gravissime conseguenze, personali, familiari e sociali.
Parliamo di un’epidemia che in Italia ha già colpito 800 mila persone e che potrebbe colpirne ulteriori 3 milioni, oggi definiti a basso rischio. Un dramma sociale che – come testimoniato anche nei rapporti dei Dipartimenti delle Dipendenze – lega il disturbo compulsivo alla sottrazione del tempo passato davanti a slot e video, al dramma di chi finisce in mano agli usurai, alla solitudine e alla depressione, talvolta ad atti criminosi e alla violenza.
Tra gli agenti infettanti ci sono milioni tra slot, lotterie e altri giochi d’azzardo, la cosa gravissima è che i responsabili della diffusione di questa peste non sono solo le lobbies del gioco d’azzardo ma anche le Istituzioni più alte dello Stato, che negli ultimi vent’anni sono state, nel migliore dei casi, distratte, più spesso complici, qualche volta colluse.

Dell’involuzione normativa che vede oggi spudoratamente legalizzato il gioco d’azzardo sono stati responsabili tutti i governi.
Negli anni ’70 e ’80, nei locali pubblici era vietato giocare a morra e a molto altro, pena l’arresto e l’ammenda, con molte aggravanti nei casi di flagranza di reato, di esercizio abusivo del gioco, o induzione di minorenni al gioco. Norme del codice penale, ancora in vigore, che definiscono anche i giochi d’azzardo, cioè quelli dove le vincite o le perdite sono quasi interamente definite dal caso (rispetto all’abilità) e che hanno come scopo quello di procurare un lucro apprezzabile a chi ha interessi economici negli stessi.
Negli anni ’90 c’è stato un grande slancio al gioco delle scommesse, totocalcio in testa, insieme alla complicità del marketing che ha iniziato a premiare la sorte: la ruota della fortuna al posto di “lascia o raddoppia” e il biglietto della lotteria miliardario.
Ma è nel dopo Duemila che è arrivata la violenza dei giochi d’azzardo, con i bingo, lotto e superenalotto con estrazioni settimanali multiple, le sempreverdi scommesse ippiche, totogol, newslots, videolotterie, skillgames, … giochi televisivi con “pacchi” da 500 mila euro.
E se da una parte c’è la “polizia dei costumi” che nel codice penale tratta della sottile (?) differenza tra intrattenimento e gioco d’azzardo, non potevano mancare le norme di pubblica sicurezza che dopo il 2000 – preso atto che nessuno avrebbe più giocato a morra neanche potendo – ha iniziato a normare (si fa per dire) gli apparecchi di intrattenimento definendo leciti quelli che, per esempio, danno una vincita che non supera i 100 euro, con un costo a partita di un euro e una durata minima di 4 secondi: in 10 minuti io perderei 100 euro comprendendo il tempo che mi occorre per inserire le monetine.

E’ pur vero che il Monopolio di Stato è servito a sottrarre all’illegalità il gioco, ma lo ha fatto tentando di recuperare sulla normazione delle “regole di gioco”; contemporaneamente, non solo non ha promosso una corretta educazione e informazione, ma ha incentivato il gioco d’azzardo anche abusando della buona fede solo per fare “cassa subito” (ad esempio, con il Decreto Abruzzo del 2009, post terremoto, è stato introdotto lo speciale gratta e vinci “giochi di sorte al consumo” che va direttamente nello scontrino della spesa: comodo no?).
La Corte dei Conti, più un anno fa, ha denunciato come “scriteriate” le procedure autorizzative dei Monopoli di Stato dove ci sono state anche condanne di dirigenti pubblici collusi con società concessionarie. Rispetto a queste ultime, molte ricerche e dossier (Azzardopoli dell’associazione Libera) evidenziano i collegamenti con la mafia.
Ovviamente dietro tutto questo c’è un giro di scommesse che è arrivato a 100 miliardi di euro l’anno (1300 euro a persona, neonati compresi, afferma il dossier di Libera), di cui 8 miliardi vanno all’erario cioè allo Stato, a cui si aggiunge il giro d’affari dell’illegalità. Siamo il primo Paese europeo, e tra i primi al mondo, per percentuale di persone che giocano d’azzardo regolarmente e il monopolio di Stato, pur di mantenere il valore degli incassi, è disposto a tutto, soprattutto a fare gli sconti ai concessionari anche sulle irregolarità nella gestione dei giochi.
E’ una politica che non paga, che se non cambia in fretta, anche con una severa rivisitazione normativa globale (fiscale e penale), ci porterà a breve sul lastrico.
Basta guardare l’aumento a due cifre del giro d’affari dei giochi on line, che oggi hanno una tassazione ridicola: se il prelievo fiscale dei proventi del superenalotto è superiore al 40%, sui giochi on line è dello 0,6%. Perciò se il mercato del gioco d’azzardo di spostasse tutto on line, come prima o poi succederà, lo Stato incasserà 10 volte meno, mentre i danni restano e aumentano. A chi toccherà pagarli?

L’inserimento della ludopatia tra le prestazioni di cura garantite dal Sistema sanitario nazionale non ha trovato copertura economica, né per le cure, figuriamoci per la prevenzione: durante il governo Monti, il ministro Balduzzi ha visto scomparire dal suo decreto anche le norme di tutela della salute che non costavano nulla allo Stato, come quella che vietava l’installazione di video poker nei pressi delle scuole (da qui nascono i sospetti).
Esistono molte associazioni, movimenti, reti di Enti locali comunali e regionali, coordinamenti di cittadini che si stanno organizzando per contrastare il fenomeno del gioco d’azzardo. Azioni che comprendono campagne organizzate contro il gioco, promozione di esercizi commerciali “Senza Slot”, attività di sostegno e di sensibilizzazione.
Nel Manifesto dei Sindaci del 2013 per la legalità contro il gioco d’azzardo, gli stessi chiedono che sia loro consentito il potere di limitare o vietare l’installazione dei giochi d’azzardo. Ovvio che se il Comune vietasse l’autorizzazione, lo Stato incasserebbe meno, ma è stato indecente che il Parlamento, a fine anno, abbia, più o meno consapevolmente, tentato di introdurre una norma nella finanziaria che premiava, in termini di trasferimenti, chi non poneva divieti (come per il terremoto dell’Abruzzo, qui era un tassa SalvaRoma).

A quale Stato dobbiamo spiegare che i costi sociali legati alla malattia tra un po’ supereranno gli incassi: oggi questi costi sono stimati in circa 6 miliardi di euro tra costi diretti sanitari, costi indiretti legati alla perdita di performance lavorativa e più ampiamente al peggioramento della qualità della vita.

Una buona politica per l’Italia è mettere al bando il gioco d’azzardo perché solo così si vince. E se proprio vogliamo conservare un azzardo potremmo reintrodurre, per mezz’ora al giorno, il gioco della morra.

Orietta Antonini

2 pensieri su “GRAN CASINÒ ITALIANO: NON È TROPPO TARDI PER “NON AZZARDARE”

  1. Non solo concordo con le conclusioni, ma direi che tutte le questioni inerenti temi che hanno uno sfondo di natura etica (al di là delle ricadute di natura sanitaria o legali), il pensiero dovrebbe fondarsi sull’immaginario di società auspicata, superando la storica contrapposizione del binomio proibizionismo-antiprtoibizionismo

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