FERITE A MORTE

Itaca ha sostenuto lo spettacolo di Serena Dandini

Lella Costa al Politeama Rossetti di Trieste

Lella Costa al Politeama Rossetti di Trieste

Trieste

Ero tra i soci di Itaca che, al Politeama Rossetti di Trieste, hanno assistito allo spettacolo “Ferite a morte” di Serena Dandini sul tema della violenza contro le donne, evento che la nostra Cooperativa ha sostenuto assieme ad alcune altre realtà friulane. “Ferite a morte” si compone di una raccolta di storie di donne appartenenti a diversi ceti sociali, con nazionalità, età, caratteri e atteggiamenti nei confronti della vita differenti, a volte opposti, ma che hanno in comune la stessa sorte: essere uccise da uomini che le identificano come una loro proprietà e si arroccano il diritto di decidere della loro vita e della loro morte, molto spesso annunciata.

Quello che mi ha stupito ascoltando questi racconti è stato che gli omicidi raccontati non sono mai stati causati da un atto inconsulto, da un uomo che esce di senno per un evento improvviso, come spesso si crede e vogliamo credere per non sentirci colpevoli di non aver intuito, o aver chiuso gli occhi davanti al dramma, ma è il frutto di vessazioni fisiche, o a volte anche solo psicologiche, che si sono protratte nel tempo per mesi e a volte per anni.

E ti chiedi se è possibile che queste donne non si siano ribellate, non abbiano cercato aiuto e anche qui scopri che alcune continuano a scusare i loro uomini perché “oberati dal lavoro”, “stressati” o perché “hanno avuto una vita difficile”; ma molte invece si sono aperte con più persone, anche professionisti, non solo amici e parenti, per cercare un sostegno, ma il messaggio che spesso è passato è di “portare pazienza”, di cercare di “non peggiorare la situazione”, che “più di così non si può fare” e “prima o poi le cose si sistemano”.

Le protagoniste dello spettacolo raccontavano e commentavano le loro storie da un aldilà nel quale si ritrovavano tutte assieme, accolte da una “padrona di casa” spassosissima, nonostante condividesse la stessa fine. Il loro tono era confidenziale, intimo, a volte perfino spassoso, dirette ad un pubblico ma spesso a loro stesse, interrogandosi su come fosse possibile essere arrivate a questo punto, o su come nessuno si fosse accorto che vivevano nel fondo di un “pozzo”, quando loro avevano urlato così forte, chiedendo aiuto da quel buco oscuro in cui erano precipitate.

Le attrici hanno affrontato queste storie di vita sempre con delicatezza, con leggiadria, con stile, ci sono stati persino dei momenti spassosi, delle gag divertenti, ma la conclusione non poteva che essere un’amara consapevolezza della tragicità della loro vicenda.

Questo modo di affrontare un tema tragico come quello del femminicidio mi ha ricordato lo stile di Benigni nel raccontare la vicenda della deportazione degli ebrei nel film “La vita è bella”, anche se purtroppo il finale delle storie di “Ferite a morte” era sempre definitivo, lapidario, non è arrivato alcun eroe ad aprire i cancelli.

Diversamente lo spettacolo, che è in tour in Italia da un anno con quattro appuntamenti all’estero (Washington, Bruxelles, Londra, New York), ha portato un contributo fondamentale per la diffusione della consapevolezza di questa piaga sociale, del fatto che non è un fenomeno ineluttabile che le donne devono mettere in conto data la natura dell’essere umano, ma un delitto, il frutto di costrutti mentali che vanno prevenuti sin dall’infanzia e le cui conseguenze vanno affrontate con sensibilità e professionalità da parte di tutti gli attori coinvolti: politici, amministratori, servizi sociali, forze dell’ordine, operatori dei centri antiviolenza, giornalisti, avvocati.

Questa cultura è quella che ha portato il Parlamento italiano ad approvare recentemente il Decreto legge sul femminicidio e Montecitorio a fissare la data per la ratifica della Convenzione di Istanbul (l’accordo internazionale che impegna i Paesi firmatari a una serie di azioni di lotta e prevenzione nei confronti della violenza contro le donne) che avverrà il 27 maggio. Il Presidente della Camera Laura Boldrini ha annunciato che non abbasserà la guardia fino a che la convenzione non sarà sottoscritta fino all’ultimo articolo.

Colgo l’occasione per sollecitare la firma dell’appello di “Ferite a morte” (http://www.change.org/feriteamorte#) per la convocazione degli Stati Generali contro la violenza sulle donne, al fine di creare un Osservatorio nazionale che segua il fenomeno, non solo perché riguarda la società in cui viviamo ma PERCHÉ SI TRATTA DI UNA RESPONSABILITÀ VERSO L’UMANITÀ.

Chiara Stabile

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